New Age & Dintorni

Le janare di Benevento tra leggenda, sabba e persecuzioni

Rivista culturale e sociale

Janara, Zucculara, Uria e Manalonga. Le streghe di Benevento

Cyberstreghe

Non è più necessario volare a cavallo della scomoda scopa: le moderne streghe usano l’e-mail.

di Marcella Boccia

Essendo tu Graffia di Polidoro Campagna dela terra dela Torre dela diocese di Benevento d’anni quindici incirca figliola stata denunciata in questo santo officio che avevi fatto l’attioni che fanno le janare e streghe, essendo stata esaminata, hai di tua bocca propria spontaneamente confessato”.

Regina del folklore beneventano, la Janara, o strega, era (ed è?) considerata l’insidiatrice delle porte delle case. Una delle derivazioni del termine janara la si fa comunemente risalire dal latino ianua, “porta”, e proprio dinanzi alle porte, secondo la tradizione-superstizione, era necessario collocare una scopa, piuttosto che un sacchetto con grani di sale, perché lei, costretta a contare i fili della scopa o i grani di sale, indugiasse fino al sorgere del sole, la cui luce pare fosse sua “mortale” nemica.

Alla figura di strega si associa sempre quella di voli notturni, di riunioni che avvenivano durante la notte. Il termine “strega”, infatti, deriva dal latino strinx, un uccello rapace notturno a cui si attribuivano poteri malefici.

Capace di volare, di scatenare terribili tempeste, di provocare l’aborto nelle giovani mamme, ma anche negli animali, di tramutarsi in questi ultimi, o, addirittura, di render folli i bambini, la janara, dopo aver compiuto il rito in cui ungeva il proprio corpo, partiva alla volta di avventure notturne in cui, in compagnia delle sue “amiche” e di compagni demonj, ballava e banchettava sotto lo sguardo vigile di Belzebuch, principe del demonio.

“…Hai fatto l’attioni che fanno le janare e streghe […] sei andata de notte con altre streghe in diversi lochi e tempi…”, leggiamo nella suggestiva pagina d’accusa, in seguito a confessione spontaneamente resa, alla giovanissima Graffia di Polidoro.

Sin dal 1273 si registra nella città di Benevento la presenza di un noce sotto il quale avveniva un convegno di streghe piuttosto noto, a quel tempo, non solo nel nostro paese ma anche nel resto d’Europa. Il noce dove si svolgeva il convegno sorgeva in un luogo imprecisato, forse lungo il fiume Sabato. La tradizione ci riporta anche le parole che le streghe pronunciavano prima del magico volo: “Sott’all’acqua e sott’u viento, sott’a u noce e Beneviento”.

La leggendaria riunione beneventana divenne, dunque, così celebre che nei processi per stregoneria i giudici ritenevano la partecipazione ad essa una prova irrefutabile di colpevolezza da parte delle inquisite, spesso costrette ad ammettere tale fantastica partecipazione sotto tortura. E noti sono anche gli strumenti attraverso i quali si estorceva loro una confessione di apostasia dala fede Catholica. Poiché, infatti, le confessioni erano il presupposto indispensabile delle esecuzioni, molti inquisitori affinarono le tecniche coercitive per estorcerle. Loro furono gli inventori dei serrapollici, dello stivaletto spagnolo, o l’idea di immergere le vittime in acqua bollente o ghiacciata; usavano il cavalletto per stirare le membra e slogare le articolazioni, facevano porre sotto l’inguine e le ascelle piume intinte nello zolfo a cui davano fuoco ed, infine, costringevano le vittime a nutrirsi di cibi salati per poi negargli da bere. Tutto ciò serviva a piegare la volontà delle accusate desiderose di porre termine ai tormenti. In molti casi le vittime erano denudate e violentate, per piegarne la volontà e il morale, prima di essere sottoposte alle torture. Sempre era presente un notaio, in qualità di “garante”, pronto a trascrivere ogni parola delle loro confessioni.

Ricordiamo, fra i vari “ammazzastreghe”, Heinrich Kramer e Jakob Sprenger, i quali, su incoraggiamento del papa Innocenzo VIII, pubblicarono nel 1486 il Malleus Maleficarum. Quest’opera spaziava dai tempi biblici fino al XV secolo e raccoglieva tutte le credenze e superstizioni popolari che spesso mischiava con la dottrina della Chiesa. Questo libro dava anche direttive su come svolgere i processi e le torture ed è indicativo dei pensieri morbosi, specialmente verso le donne, di quel tempo: “…Che cosa è la donna se non un nemico dell’amicizia, una inevitabile punizione, un male necessario, una tentazione naturale?”. Grande fu la fama di questo libro tanto che nel 1520 contava tredici edizioni e nel 1669 oltre sedici. Fu tradotto in francese, inglese, tedesco e italiano e in tutti i paesi infiammava l’animo della comunità con il monito biblico del versetto 22,17 dell’Esodo: “Non lascerai vivere la maga”.

Nonostante sia la più nota delle streghe beneventane, a Benevento non vi era la presenza della sola Janara. Anzi, numerose erano le “streghe”, spiriti femminili irrequieti, visitatori di case e masserie.

Primo, fra questi, la Zucculara, che aveva la propria dimora nella zona del Teatro Romano, e che deve il suo nome al fatto che indossasse degli “zoccoli” piuttosto rumorosi. Essa potrebbe essere la sopravvivenza di un’antichissima dea pagana: Ecate, dea della notte e dei trivi. Secondo la mitologia classica, Ecate calzava un solo sandalo dalla risuonante suola di bronzo. Come tutte le divinità sotterranee anch’essa è caratterizzata da particolarità o difetti che riguardano la deambulazione.

Anche il culto di Ecate ci riporta alla Zucculara beneventana, infatti esso si svolgeva nei crocicchi, dove si incontravano tre strade. Qui veniva posta una colonna con tre maschere di legno o una statua con tre volti. Ebbene il Triggio, quartiere storico di Benevento, prende nome proprio dal latino trivium; l’esistenza di un importante nodo viario è confermata dalle fonti bibliografiche e dalle evidenze archeologiche. Per Benevento infatti passavano la via Appia, la via Traiana e la via Egnazia. L’ipotesi che si può formulare, pertanto, della Zucculara è che essa sia la sopravvivenza di un culto tributato alla dea Ecate o un’altra divinità infera, come Empusa o Lamia, figure quasi intercambiabili con la prima.

Ad altra tradizione si deve assegnare l’Uria, spirito delle case, abitatore di antiche dimore dove vissero e morirono generazioni diverse. Tanto maschile quanto femminile, spesso è il fantasma di un antico inquilino, altre volte è un’entità non meglio identificata. Essa può fare la fortuna o la rovina degli abitanti della casa. Se li prende a malvolere, combina loro dispetti o attira la malasorte. Non era raro in passato che una casa rimanesse vuota per paura dell’Uria malvagia che la abitava, con grande stizza del proprietario.

Anche essa ha un corrispettivo nella cultura antica. I latini infatti veneravano i Lari, gli spiriti della casa, e i Penati, gli spiriti degli antenati, che in qualche modo si ritrovano nella nostra Uria.

Altro personaggio di questo temibile universo popolare è la Manalonga, spirito femminile delle acque, che presenta le caratteristiche negative dell’umido, dello stagnante; è ingannevole come una donna e come l’acqua. Essa abita nei fossi e trascina inesorabilmente nel fondo gli incauti che osano sporgersi. È lo spauracchio inventato dai genitori per i bambini spericolati, per tenerli lontani dal pericolo di cadere? Questa è la lettura razionalistica, ma essa è una figura comune a molte culture, da quella germanica con le Ondine, a quella russa con le Rusalka, a quella greca con le Sirene, a quella brasiliana con le Yare. Tutte attirano i viventi verso l’acqua, facendoli annegare miseramente. La Manalonga invece li afferra con un braccio lunghissimo. A Limatola un’entità analoga usa una catena e perciò si chiama Mariacatena, a Fragneto Monforte si chiama Zannilonga.

Il pozzo era elemento quotidiano indispensabile alla vita di città e paesi privi di rete idrica ed il suo pericolo era reale. La voragine spaventosa che si apre sul mondo di sotto fa paura anche perché è un canale aperto che fa da tramite tra il mondo dei vivi e quello dei morti, una ferita nell’organismo vivente della terra. L’incauto che si sporge desideroso di esplorare i segreti recessi della terra paga la sua curiosità divenendo preda di creature malvagie.

Il mitico noce intorno al quale si riunivano le janare beneventane e, dunque, il loro leggendario raduno, il Sabba, sono citati da numerosi autori. Possiamo trovarli, ad esempio, nel “Fiore”, poema allegorico del XIII secolo attribuito a Dante Alighieri; in una predica di S. Bernardino da Siena; nella favoletta del gobbo di Peretola di Francesco Redi; in un sonetto di Gioacchino Belli ed in alcuni cantori anonimi dell'800.

Che prima che te partivi te untavi lo petto e spalle e per la persona et all’ignuda cavalcavi sopra un castrato negro con la faccia verso la coda e le spalle verso la testa et andavi in diversi lochi e terre, dove stevi per più hore…”.

Questo il rituale di preparazione al Sabba. Ungersi il petto e le spalle e cavalcare voltando queste ultime all’animale. Scrivere, poi, col sangue, preso grazie ad una spingola, una spilla da balia, il proprio nome sul libro del demonio, affinché si testimoniasse la propria appartenenza al club delle janare.

Il termine Janara, come già detto, deriverebbe dal latino ianua, ossia porta, in quanto insidiatrice delle porte delle case presso le quali veniva posta una scopa o un sacchetto con grani di sale. La Janara che avesse voluto entrare di notte in una casa sarebbe stata costretta da questi oggetti a fermarsi, per contare i fili della scopa o i grani di sale. Attardatasi in queste operazioni, senza mai poter venire a capo del conto, sarebbe inesorabilmente sorpresa dalla luce del sole, sua nemica, senza aver avuto il tempo di nuocere.

La scopa ha una forte valenza fallica; il simbolo maschile e fertile si oppone a quello femminile e sterile della strega. Il sale, invece, è sempre stato connesso con la dea Salute, da cui una falsa etimologia ne faceva discendere il nome.

Oltre che da ianua, una più interessante etimologia di Janara potrebbe essere di dianara, ossia seguace di Diana, la dea per la quale si celebravano riti notturni, tanto che la riunione delle streghe era detta anche “gioco di Diana”.

Le ragioni di questa leggenda affascinante sono ancora oggetto di studi appassionati e la bibliografia sull’argomento è vasta. Le ipotesi più accreditate finora mettono in relazione la leggenda delle Janare con il culto degli alberi da parte dei Longobardi, che tennero la città per cinquecento anni, oppure col culto della dea Iside, presente a Benevento nel I secolo d.C.

Si trovano, inoltre, rituali e danze sotto un albero di noce anche in Grecia, nella città di Carie, in onore di Artemide, variante greca di Diana. Poiché il noce ha un’origine balcanica, l’origine del mito potrebbe avere radici in questa zona.

È sufficiente andare in internet per trovare, nel sito dedicato ad Amorosi, una ridente cittadina beneventana, una “Janara story, la testimonianza diretta di un cittadino di Amorosi”, ossia il racconto di un cittadino amorosino della vicenda personale in cui è coinvolta una donna del paese che di notte si divertiva ad intrecciare la criniera del cavallo appartenente alla famiglia, di origine contadina, del narratore.

Molto di frequente la presenza di questi spiriti notturni ha lasciato un po’ ovunque tracce nei nomi geografici. Esiste, così, un paese in provincia di Caserta chiamato “Ianara”, ma anche un “Monte delle streghe” a Bagni di Lucca, un “Sedile delle streghe” a Siusi (Trento) o, per finire, un “Ponte sel de le strie” a Besagno (Trento).

Che esse si siano chiamate Ianare, Zucculara, Uria o Manalonga in Campania, piuttosto che Gatte Masciare, Streghe Marine, Zobiane, Beate Donnette, o bele Butele o Genti Beate in Veneto, e che cambino nome in questa regione a seconda dei loro intenti in Vecie Barbantane, in genere brutte e perverse; o, a Trapani, Animulari; Bazure o Masche in Liguria e Piemonte, Cogas in Sardegna ed, infine, in Calabria Perjashmazit, termine di origine albanese, potrà mai terminare la caccia alle streghe?

Basti, come dicevo poc’anzi, fare un salto in internet per scoprire decine di siti curati da “streghe italiane”, come la pagina de “Le ricette e i segreti di zia Aghata”, in cui si offrono consigli per filtri d’ogni sorta, la ricetta della “tortina beneventana” ed unguenti terapeutici, pietre, incenso e mirra, la descrizione dettagliata delle feste pagane e l’“Elisir di Crespino”, una tipica bevanda stregonesca che “noi streghe beviamo d’estate”, sostiene la zia Agatha…

A parte consigli di ordine pratico-magico, troviamo sezioni dedicate alla storia, i nomi delle streghe più famose e dei casi più eclatanti di torture inflitte a donne quasi certamente innocenti e che, comunque, non avrebbero meritato simili sofferenze, qualunque fosse la loro colpa.

Ma perché dimostri d’essere pentita delli suddetti errori e dimandj perduono, ce contentiamo de recevertj nel grembo de santa chiesa, purché con cuor sincero e fede non finta abiurj, maledichi, detesti et anatematizzi l’apostasia dalla fede […] Te condenniamo che debbi osservare l’infrascritte penitenze, nel modo e forma che da noi te sarrà data: Che per spatio di doj anni per penitentia salutare te imponemo che ogni sexta feria debbi degiunare in pane et acqua e recitare la corona della beata vergine. Che durante detto termine di doj anni debbi almeno quattro volte l’anno confessar tutti li tuoi peccatj sacramentalmente ad un sacerdote idoneo et approbato dal Suo ordinario e per Suo consiglio te communichj…”

Questa la punizione inflitta a Graffia de Polidoro, la quindicenne janara beneventana. Beh, le è andata bene. A parte la breve battuta scontata, la prima considerazione che balza alla mente in maniera naturale è che non sempre la penitentia imposta alle donne accusate di stregoneria era così mite. Probabilmente è perché Graffia aveva di sua “bocca spontaneamente confessato” che dovette scontare una pena tanto lieve se paragonata alle torture usate come mezzo di estorsione di confessioni talvolta troppo “forzate” in cui donne innocenti si auto-accusavano di compiere riti magici solo per porre fine alle atrocità subite.

Mi ha, inizialmente, incuriosita e, dopo una breve lettura, sconcertata, la scoperta di quali fossero queste torture che, in confronto, la tragedia della Shoah è cosa di poco conto… Nonostante il mio approccio a questi argomenti sia piuttosto recente, per cui non saprei distinguere, a prima lettura, tra leggenda e fatti realmente accaduti, rabbrividisco al pensiero di simili diabolici strumenti utilizzati per estorcere confessioni, in molti casi false, di donne ed uomini spesso innocenti.

In fondo è questo ciò che maggiormente è rimasto impresso nel ricordo delle donne, ma anche uomini, accusate di stregoneria: le atroci sofferenze costrette a patire di volta in volta.

Essendo stata, per me, una triste scoperta, ne riporto qui di seguito quelle più violente e “rinomate”.

Le torture della caccia alle streghe

Una di queste è la morte per dissanguamento. Era una credenza comune, infatti, che il potere di una strega potesse essere annullato dal dissanguamento o dalla purificazione, tramite fuoco, del suo sangue. Le streghe condannate erano “segnate sopra il soffio” e lasciate a dissanguare fino alla morte.

Il Rogo

Una delle forme più antiche di punizione delle streghe, e forse quella più nota, era la morte per mezzo di roghi, un destino riservato anche agli eretici. Il rogo spesso era una grande manifestazione pubblica. L’esecuzione avveniva solitamente dopo breve tempo dall’emissione della sentenza. In Scozia il rogo di una strega era preceduto da giorni di digiuno e di solenni prediche. La strega veniva prima strangolata e poi il suo corpo, a volte in stato di semi-incoscienza, era scaricato in un barile di catrame prima di venire legato a un palo e messo a fuoco. Se la strega, nonostante tutto, riusciva a liberarsi e a tirarsi fuori dalle fiamme, la gente la spingeva nuovamente dentro.

La Pulizia dell’anima

Era spesso creduto, nei paesi cattolici, che l’anima di una strega o di un eretico fosse corrotta, sporca e covo di quanto di contrario ci fosse al mondo. Per pulirla prima del giudizio, qualche volta le vittime erano forzate a ingerire acqua calda, carbone, perfino sapone. La famosa frase “sciacquare la bocca con il sapone”, tuttora in uso, risale proprio a questa tortura.

L’Immersione dello sgabello

Era una punizione più spesso usata nei confronti delle donne. Volgarmente sgradevole, e spesso fatale, la donna veniva legata a un sedile che impediva ogni movimento delle braccia. Questo sedile veniva poi immerso in uno stagno o in un luogo paludoso. Varie donne anziane che subirono questa tortura morirono per lo shock provocato dall’acqua gelida. L’immersione dello sgabello era usato per le streghe in America, e in Gran Bretagna come punizione per crimini minori, prostitute e recidivi.

La Garròtta

Non è altro che un palo con un anello in ferro collegato. Alla vittima, seduta o in piedi, veniva fissato questo collare che veniva stretto poi per mezzo di viti o di una fune. Spesso si rompevano le ossa della colonna vertebrale.

L’Impalamento

È una delle più rivoltanti e vergognose torture concepite dalla mente umana. Veniva attuata per mezzo di un palo aguzzo inserito nel retto della presunta strega, forzato a passare lungo il corpo per fuoriuscire dalla testa o dalla gola. Il palo era poi invertito e piantato nel terreno, così queste miserabili vittime, quando non avevano la fortuna di morire subito, soffrivano per alcuni giorni prima di spirare. Tutto ciò veniva fatto ed esposto pubblicamente.

La fanciulla di ferro o Vergine di Norimberga

Era una specie di contenitore di metallo con sembianze umane, con porte pieghevoli. Nella parte interna delle porte erano inserite delle lame metalliche. I prigionieri venivano chiusi dentro in modo che il loro corpo fosse esposto a queste punte in tutta la loro lunghezza. Naturalmente questa macchina era progettata per non dare subito la morte, che sopraggiungeva dunque lentamente e fra atroci dolori.

L’Annodamento

Questa era una tortura specifica per le donne. Si attorcigliavano strettamente i capelli delle streghe ad un bastone. Quando l’inquisitore non riusciva ad ottenere una testimonianza si serviva di questa tortura; robusti uomini ruotavano l’attrezzo in modo veloce provocando un enorme dolore e in alcuni casi arrivando a togliere lo scalpo e lasciare il cranio scoperto. Questa tortura era usata in Germania contro gli zingari tra il 1740 e il 1750 e in Russia con la Rivoluzione Bolscevica nel 1917-1918.

Alcune torture erano elaborate non solo per infliggere dolore fisico ma anche per sconvolgere la mente delle vittime. La Mastectomia era una di queste: la carne delle donne era lacerata per mezzo di tenaglie, a volte arroventate. Uno dei più famosi casi che si conosca in cui fu usata questa tortura è quello di Anna Pappenheimer. Dopo essere già stata torturata con lo strappado, fu spogliata, i suoi seni furono strappati e, davanti ai suoi occhi, furono spinti con la forza nelle bocche dei suoi figli adulti. Questa vergogna era più di una tortura fisica: l’esecuzione doveva svolgere una parodia sul ruolo di madre e nutrice della donna, imponendole un’estrema umiliazione.

L’Ordalia del Fuoco

Prima della prova tutte le persone coinvolte dovevano prendere parte ad un rito religioso che durava tre giorni e durante il quale gli accusati dovevano sopportare benedizioni, esorcismi, preghiere, digiuni e prendere i sacramenti. Dopodiché si veniva sottoposti all’ordalia, in cui gli accusati dovevano trasportare un pezzo di ferro bollente per una certa distanza. Il suo peso era variabile: si andava da un minimo di circa mezzo chilo per reati minori, fino a un chilo e mezzo.

Un altro tipo di ordalia del fuoco consisteva nel camminare bendati e nudi sopra i carboni ardenti. Le ferite venivano coperte e dopo tre giorni una giuria controllava se l’accusato era colpevole o innocente. Se le ferite non erano rimarginate l’accusato era senz’altro colpevole, altrimenti considerato innocente. Si poteva aver salva la vita, però, corrompendo i clerici che dovevano officiare la prova e fare in modo che ferro e carboni avessero una temperatura sufficientemente tollerabile.

L’Ordalia dell’acqua

Altro tipo di ordalia è quello dell’acqua, in cui l’acqua simboleggia il diluvio dell’Antico Testamento: come il diluvio spazzò via i peccati, allo stesso modo l’acqua avrebbe “pulito” la strega. Dopo tre giorni di penitenze l’accusata doveva immergere le mani in acqua bollente, alla profondità dei polsi. Spesso era costretta ad immergerle fino ai gomiti. Si aspettava poi tre giorni per valutare le colpe dell’accusata, come per l’ordalia del fuoco.

Veniva messa in pratica anche un’ordalia dell’acqua fredda. Alla strega venivano legate le mani ai piedi per mezzo di una fune, in modo tale che la posizione non fosse certo propizia per rimanere a galla. Dopodiché veniva immersa in acqua: se la donna galleggiava era sicuramente una strega in quanto l’acqua “rifiutava” una creatura demoniaca; se andava a fondo era innocente, ma difficilmente sarebbe stata salvata in tempo.

Il Forno

Questa barbara sentenza era eseguita in Nord Europa e assomiglia ai forni crematori dei nazisti. La differenza era che nei campi di concentramento le vittime erano uccise prima di essere cremate. Nel diciassettesimo secolo più di duemila fra ragazze e donne subirono questa pena nel giro di nove anni. Questo conteggio include anche due bambini.

La Pera

Era un terribile strumento che veniva impiegato il più delle volte per via orale. La pera era usata anche nel retto e nella vagina. Questo strumento era aperto con un giro di vite da un minimo a un massimo dei suoi segmenti. L’interno della cavità in questione era orrendamente mutilato e spesso mortalmente. I rebbi costruiti alla fine dei segmenti servivano meglio per strappare e lacerare la gola o gli intestini. Quando applicato alla vagina, i chiodi dilaniavano la cervice della povera donna. Questa era una pena riservata alle donne accusate di intrattenere rapporti sessuali col Maligno o con i propri familiari.

La Pressa

Anche conosciuta come pena forte et dura, era una sentenza di morte. Adottata come misura giudiziaria durante il quattordicesimo secolo, raggiunse il suo apice durante il regno di Enrico IV. In Bretagna venne abolita nel 1772.

La Cremagliera

Era un modo semplice e popolare per estorcere confessioni. La vittima veniva legata su di una tavola, alle caviglie e ai polsi. Rulli venivano passati sopra la tavola, e in modo preciso sul corpo, fino a slogare tutte le articolazioni.

La Strappata

Una delle più comuni e anche una delle tecniche più facili. L’accusato veniva legato a una fune e issato su una sorta di carrucola. L’esecutore faceva il resto tirando e lasciando di colpo la corda e slogando, così, le articolazioni.

Lo Squassamento

Forma di tortura usata insieme alla strappata. L’accusato qui veniva sempre issato sulla carrucola, ma con dei pesi legati al suo corpo che andavano dai 25 ai 250 chili. Le conseguenze erano gravissime.

Lo Strangolamento

Consisteva nello strangolare le presunte streghe prima di metterle a rogo.

Tormentum Insomniae

Consisteva nel privare le streghe del sonno. Matthew Hopkins, noto inquisitore amante della tecnica dell’ordalia, la usava in Essex. La vittima, legata, era costretta ad immersioni nei fossati anche durante tutta la notte per evitare che si addormentasse.

Il Triangolo

Altro terribile strumento di tortura analogo alla Pera ed all’Impalamento. L’accusato veniva spogliato e issato su di un palo alla cui estremità era fissato un grosso oggetto piramidale di ferro. La presunta strega veniva fatta sedere in modo che la punta entrasse nel retto o nella vagina. Alla fine alla poveretta venivano fissati dei pesi alle mani e ai piedi.

Le Turcas

Questo mezzo era usato per lacerare e strappare le unghie. Nel 1590-1591 John Fian è stato sottoposto a questa e altre torture in Scozia. Dopo che le sue unghie vennero strappate, degli aghi furono inseriti al loro posto.

La Ruota

In Francia e in Germania la ruota era popolare come pena capitale. Era simile alla crocifissione. Alle presunte streghe ed eretici venivano spezzati gli arti e il corpo veniva sistemato tra i raggi della ruota che veniva poi fissata su di un palo. L’agonia era lunghissima e poteva anche durare dei giorni.

La Culla della Strega

Era una tortura a cui venivano sottoposte solamente le streghe. La strega veniva chiusa in un sacco legato ad un ramo e veniva fatta continuamente oscillare. Apparentemente non sembra una tortura, ma il dondolio causava profondo disorientamento ed induceva a confessare. Vari soggetti hanno sofferto, durante questa tortura, di profonde allucinazioni, il che di certo ha contribuito a colorire le loro confessioni.

Una testimonianza dall’orrore

In conclusione al mio excursus intorno alle forme di tortura usate in nome della lotta alla stregoneria trascrivo una commovente pagina che Junius Johannes, primo magistrato della città di Bamberga, in Germania, volle dedicare a sua figlia, che non avrebbe mai più riabbracciato. Ingiustamente perseguitato, è grazie a lui che ci è pervenuta una delle testimonianze più autentiche sull’orrore delle persecuzioni nel XVII secolo. Dopo la morte della moglie, riconosciuta come fattucchiera dal tribunale e cremata a Zeil, Junius venne imprigionato alla “Trudenhaus”, una sorta di carcere delle streghe. Da qui riuscì, grazie all’aiuto di una guardia, a far giungere alla figlia una sua missiva.

Giudicato colpevole, venne disposta dal tribunale la sua decapitazione e la distruzione del corpo per mezzo delle fiamme.

Buona notte e sogni d’oro, mia diletta Veronica. Innocente sono venuto in prigione, innocente sono stato torturato, innocente devo morire. Figlia mia amatissima voglio che tu sappia come sono andate le cose. La prima volta che fui torturato assistettero il dottor Braun mio cognato, il dottor Kothendorffen e due strani medici. Poi il dottor Braun mi chiese: “Cognato, come mai ti trovi qui?”. Io risposi: “Per colpa della falsità e della sorte avversa”. “Stammi a sentire, tu”, replicò lui, “tu sei uno stregone. Confesserai spontaneamente? Altrimenti faremo entrare i testimoni e il boia”. Io dissi: “Non sono uno stregone; riguardo a ciò ho la coscienza pulita”. E allora venne, ahimè, il boia - Dio nell’alto dei Cieli abbia pietà di lui - il quale, dopo avermi legato le mani, mi mise i serrapollici e il sangue zampillò dalle unghie e da ogni parte, tanto che per quattro settimane non potei usare le mani, come puoi vedere da questa lettera. Poi mi spogliarono, mi legarono le mani dietro la schiena e mi issarono sulla carrucola. Allora pensai che fosse arrivata la fine. Per otto volte mi tirarono su per poi farmi ricadere, sottoponendomi a una terribile agonia… Questo accadde venerdì 30 giugno, e con l’aiuto di Dio sopportai la tortura. Quando infine il boia mi riportò in cella, mi disse: “Signore, la prego, per l’amore di Dio, confessi qualche cosa, vera o falsa che sia. Inventi una storia, perché non potrà resistere alle torture cui la sottoporranno; e, anche ammesso che ci riesca, non avrà scampo”. Chiunque finisce nella prigione delle streghe deve o diventare una strega o farsi torturare finché la sua mente non riesce a inventare qualche storia plausibile. […] Quindi dovetti confessare quali crimini avevo commesso. Rimasi muto. “Tirate su questo furfante!” urlò il giudice. Allora dissi che ero stato sul punto di uccidere i miei figli, ma che al loro posto avevo ucciso un cavallo. Neppure questo bastò. Così confessai di aver sottratto un’ostia consacrata e di averla sotterrata. Dopo questa dichiarazione mi lasciarono finalmente in pace. Ebbene, figliola cara, ora conosci le mie azioni e la mia confessione, per la quale dovrò morire. E non sono altro che mere menzogne e invenzioni, che Dio mi aiuti. […] Buona notte, tuo padre Johannes Junius non ti vedrà mai più”.

Stregoneria, storia e interpretazioni

Nel Medioevo la credenza nella stregoneria era diffusa in tutta Europa; sorretta da leggende e superstizioni popolari, si accompagnava a riti pagani, talvolta rielaborati alla luce del cristianesimo, e a pratiche magiche che facevano ricorso a erbe medicamentose e psicotrope. Malgrado le leggi li proibissero, tali riti erano molto radicati soprattutto nelle campagne; tuttavia i casi di repressione severa furono piuttosto rari fino al XII secolo.

Le cose cambiarono verso la fine del XIII secolo, quando si cominciò a considerare la stregoneria come opera del diavolo e si diffuse la credenza nel sabba, riunione periodica di streghe e stregoni caratterizzata da riti orgiastici, omicidi rituali e atti d’adorazione di Satana. Verso la metà del secolo successivo si arrivò a identificare la stregoneria con una forma di eresia, della quale avrebbe dunque dovuto occuparsi l’Inquisizione.

La repressione si fece più dura durante il XV secolo, con l’approvazione di una specifica bolla pontificia nel 1484. I processi si susseguirono per oltre due secoli, aumentando di numero e di frequenza durante il periodo di diffusione della Riforma, e si estesero anche ai paesi protestanti e all’America.

Gli studiosi hanno messo in luce come la persecuzione delle supposte forme di stregoneria potesse essere di volta in volta originata da diverse motivazioni. Se da un lato certamente la Chiesa temeva il distacco dal suo corpo di correnti eretiche, dall’altro i processi avevano spesso ragioni economiche, dato che la condanna per stregoneria comportava l’esproprio dei beni; spesso inoltre avevano un peso determinante interessi di carattere politico e desideri di vendetta personale.

I metodi dell’Inquisizione, come ho già ampiamente detto, sono tristemente famosi: gli inquisiti, in gran parte donne, erano sottoposti a violenze fisiche e psicologiche, e infine, quasi sempre, condannati al rogo. I resoconti di numerosi processi testimoniano dell’accanimento dei giudici nell’indagare su alcuni punti ritenuti fondamentali: la fisicità dell’esperienza del Sabba, l’avvenuta abiura di Cristo, i rapporti sessuali con il diavolo. Le streghe dovevano inoltre presentare, quale loro segno distintivo, una zona del corpo completamente insensibile, la cui ricerca giustificava ogni tortura.

Il documento che meglio rappresenta le teorie elaborate a sostegno della persecuzione è il già citato Malleus malificarum del 1486, redatto dai due domenicani, nel quale si elencano i malefici e le pratiche perverse delle streghe. Nonostante alcune voci si levassero fin dall’inizio contro queste credenze e paure, tentando di spiegare gli atteggiamenti incriminati delle streghe come stati indotti da allucinogeni o da malattie nervose, solo nel XVIII secolo riuscì a imporsi un punto di vista razionale, illuministico, sull’argomento; risale soltanto alla seconda metà del XX secolo l’inizio di un’analisi scientifica dei documenti che permetta di leggere l’intero fenomeno su basi storiche ed etnologiche.

Le testimonianze degli accusati, per quanto inquinate dai metodi con cui venivano estorte, gettano luce su alcuni aspetti delle credenze popolari e sulla simbologia dei riti: questi appaiono in gran parte derivati da rituali pagani della civiltà agricolo-pastorale arcaica, incentrati sulla lotta tra forze del bene e forze del male presenti nella natura. Il diavolo ha spesso le sembianze caprine del dio Pan, e a condurre il Sabba è spesso una figura femminile, la Signora del Gioco, che ricorda divinità quali Artemide ed Iside. L’accoppiamento sessuale fa parte di molti riti propiziatori di fertilità e la metamorfosi animalesca era ritenuta temibile punizione o segno divino presso diverse culture. Su questo intreccio di credenze si innestò la demonologia dotta, sviluppata soprattutto da intellettuali ecclesiastici, dando vita a diverse contaminazioni.

Sulla realtà dei raduni che originarono la credenza nel Sabba non si sa molto, ma è probabile che, più che incontri organizzati di movimenti eretici, fossero eventi sporadici forse di significato sociale, presenti in certe culture popolari. Alcune forme cerimoniali analoghe sopravvissero tuttavia fino ai primi decenni del XX secolo e se ne trovano ancora oggi tracce nel folklore e in alcune nicchie di emarginazione culturale.

Per concludere, una chicca storica: nonostante molti inquisitori furono accusati di crudeltà e abusi, essi godettero tra i contemporanei fama di pietosa imparzialità…

E cossì dicemo, pronunciamo, sententiamo e dichiaramo in questo et in ogn’altro meglior modo che a Noi è permesso”.

Mandragora

Pianta ritenuta magica, probabilmente perché la sua radice ha una forma vagamente antropomorfa. Nel Medio Evo si credeva nascesse dal sangue dei decapitati.

© 2000 Marcella Boccia

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