I Dieci Comandamenti di Viviani nel dopoguerra napoletano
Decalogo in due tempi (Versi prosa e musica di Raffaele Viviani) Napoli, dopoguerra 1945 - 1947 Personaggi (in ordine di apparizione) Pulcinella Primo Quadro IO …
Davide Riccio, poeta, scrittore e giornalista pubblicista, è nato a Torino nel 1966, città dove risiede e lavora come educatore professionale in favore di disabili. Ha scritto sul quotidiano Torino Sera, per il mensile nazionale di scienze, misteri, arte e turismo Oblò e per la rivista di letteratura della Genesi editrice. Ha pubblicato centinaia di contributi, tra poesie, racconti, articoli e altri testi, dal 1983 in poi. Suoi lavori sono presenti anche su Internet.
Io so perché mi ammalia il mare
il mare. Tu inspiravi,
e i frangenti sulle rocce
sciabordano schiumando.
E poi che l’onda si è
franta, lenta e costante,
e scemando la cresta
respinta si ritira,
pacifica tu espiravi.
E lo sciacquio fievole
e ipnotico, amniotico,
mi riavvolge di nuovo.
E vorrei non finisse
mai… ma senza erosione.
Domenica la tua radiolina
a transistor pigolava metallica:
non era “Tutto il calcio”;
eri bensì tu che filtravi
a ottomila cicli al secondo
fino al ventre materno.
pace profonda in me si ridestava.
E se la tua squadra del cuore
un goal segnava, in alto aliavo
per le braccia tue possenti
lietamente riespulso – sorretto
da mani certe e solenni di ostetrico.
Eppure il mio capo
poi vi si insinuava
per riposare
come un mare dentro terra
consueto ai colpi
di quel golfo setaceo,
a luce radente
talvolta osservato.
Ora insofferente
ai tocchi precordi,
a sistole e diastole,
da ciò che palpita sfuggo
e ripugnato mi contraggo.
Assorto nel ritmo cangiante
Sotto il sole grande padre
Palmi e dita sul tamburo
Mi farò scuro d’aspetto
Dando battito alla Terra-Gaia
Grande madre con lo djembe
Aura di latte idratante
Mi si mescola all’afrore
Di afrodisiaco sudore
Vinomele per gl’insetti
Fastidiosi di passaggio
Sono in fermentazione, U.V.A.
Nella pelle più profonda –
Chimica trasformazione
Microorganismo io stesso
Di non so chi o che cosa
Di quale vino divino
O polverosa alchimia soltanto
(C’è Steve Reich
in tutte queste cicale
vera musica minimale)
Non è il frinire delle cicale -
Sia canto sesso o chiacchiericcio futile-
Né la muta sensatezza industriosa
Delle formiche in fila
A farmi oggi da lezione, ma quando
Il libeccio scuote le frasche agli alberi
Suonando quasi un mare tutt’intorno
E io, esposto seminudo al sole, stanco,
Sentirmi l’Odisseo sonnacchioso
Sulla zattera comunque verso casa
Ed un vero, dolcissimo risveglio.
Provo a sentire la rete di Hartmann
L’ansimo del tellure che vortica
Io, saldo menhir, mentre impugno
Le antenne a cercare energia che chiuda
O diverga i fili di ferro ai moti
Inavvertiti dello sperimentatore
Sensibile che sarei se sapessi
Allo stesso modo – e non per un gioco –
Aspettare a (non) muovere la penna
Verso la fonte di ogni parola,
Un illuminato silenzio interiore.
Non trovo pentagramma per la sferica
Sinfonia olofonica della campagna
Forme e colori posso io solo vedere
Nel taumascopio lisergico
Degli occhi chiusi verso il sole
Gli odori sono da sempre
Indescrivibili e restino tali anch’essi
Immerso nel fluido tepore del sudore
Galleggio nell’amaca meravigliosa del ventre
Che dondola quando la madre cammina
Pregusto la terza età –
Non è detto infatti che io vi arrivi –
Giocando a bocce e a scopa
Fumando sigarette ultraleggere
Tra le rose del giardino
L’adorato bastardino
Ho ricordi più nitidi d’infanzia
E previsioni orrende sulla patria
Perché sono a metà
In cui si han tutte le età
Non è triste l’invecchiare
Al solitario
Ma la fragranza estiva di un viale
D’ibridi platani dopo la pioggia
Specie di sera mi piace
Coricarmi ad ascoltare
Le onde corte
E la modulazione d’ampiezza
A captare le radio del mondo
Di lingue che non conosco
E musiche arabe o balcaniche
Dai modi inafferrabili
Jugoslavia Polonia Albania
M’immagino d’essere un immigrante
Bisognoso e sprovveduto
Da poco tempo arrivato
Sono mio nonno a Filadelfia
Sono mio padre a Lucerna
O questa volta io
Lo straniero e mi fa bene
Ciò che sta in basso
Sta in alto
Sotto
Il volo erratico
Zigzagante
Improvviso
Delle farfalle vitali
Sopra
I voli bassi
E lineari
Dei cacciabombardieri
Mortali
E ciò che sta in alto
Sta in basso
Ulisse è una sfinge canina
Dagli occhi semichiusi: si concentra,
Il naso gli freme quarantaquattro
Volte più del mio quando legge il libro
Illimitato degli odori in calma
Di vento o nella brezza mutevole.
Mi propone l’enigma insolubile
Di quel che lui solo sente in sinfonia.
L’invidia per questa sua qualità
Non mi potrà bastare a possederne,
Prima o poi, in egual misura. Pertanto
Mi vendico consumando il piacere
Di una dolce anguria sotto il gazebo
O la sera, dopo cena, una tazzina di nocino.
Frammento
E se il karma funzionasse al contrario
E l’uomo fosse il primo stadio
Via via rinasceremmo
Predatore essenziale
Erbivoro gentile
Balena misteriosa
Mosca giocosa su di te
Ortaggio per l’altrui nutrimento
Fino all’albero
Senza illusione del pensiero
Dei sensi
Di sé
E del desiderio
La vita più prossima
Alla realtà ultima del nulla
Beatitudine eterna nel Buddha
Appunto, il Nirvana.
Qui, meraviglia del possedere alberi!
Nei tronchi e nei rami
Vedo le forme di ogni asana
Che ho imparato dallo yoga
La sorgente e l’inchino
Il pesce che si dibatte
Il loto nascosto
E tutto il resto
E se c’è vento che inspira ed espira
Rotazioni flessioni distensioni torsioni
Dondolare e rollare
Cessa il vento
Ritenzione del respiro
Due cardellini nell’uccelliera
Si beccano
Si rincorrono litigiosi
E ne ho il ricordo
Dell’orribile convivenza
Sei anni eterni
Nella nostra gabbia
Di psicologie umane
A impedirci di andarcene
L’uno dall’altra
L’amore differisce dalla gabbia
Perché questa è finita
Ma l’umanità ci invita
Anzi ci impone di immaginare
Solo gabbie infinite
Il corpo robusto
Di un nero sfingide
Mi sveglia nel buio
La finestra aperta
La sente lontana
Ma c’è
Batte sul soffitto
Spiritati
Tonfi di spavento
E sempre ritorna
Nel posto più sicuro
Là sopra l’armadio
Anch’io sono incapace
Di allontanarmi deciso
Fino in fondo
A tentare un’apertura
Ma solo dentro
Una più ampia notte
Bello è vedere bruciare i fogli
Di un quaderno nel caminetto
Si accartocciano s’increspano
In un grande garofano nero
Con le ultime screziature rosse
Che si spengono
Gli appunti e gli sbagli
Scarabocchi correzioni scempiaggini
E altro tempo perso ancora
Lo scrittore si purifica e gode
Cancella per sempre i percorsi
A volte imbarazzanti
In amore c’è lo stesso fuoco
Alla memoria…
Poi si accartoccia s’increspa
In un grande garofano nero
Con le ultime screziature rosse
Che si spengono
21
Mi siedo sul persiano scendiletto
Coi piedi sulle opposte cosce nude,
La schiena mi è ferma, ed ogni vertebra
Sta eretta: sono fisso al suolo dove
Comincia il cielo. Il nulla nella mente
Ricerco, ma tutto è rajas.
Mi addentro per miliardi di miliardi
Di atomi vorticosi e in nessun luogo,
In nessun equilibrio c’è la calma.
Dinamica è tutta l’energia.
Neanche l’aria, vedo, è vuota.
Luce e spore e polline, virus e vento,
Polvere e radiazioni, vibrazioni…
Anche nell’inerzia della coscienza
C’è un corpo che sostiene e respira,
Ormoni e sistole e diastole e sangue
E da ogni elemento corpuscolato
Rivado all’inquieto zoo subatomico
E non c’è calma, non può esserci inerzia.
Il nulla assoluto è un’altra illusione.
Mistica, occultistica, religioni…
Di ogni cosa vediamo soltanto
Il colore respinto, e perfino il cielo
È qualcosa tranne che blu.
Nota: rajas, attività/energia, uno dei tre guna della filosofia yoga insieme a tamas, inerzia/letargia e sattwa, equilibrio/stabilità/pace.
Una selezione di letture su cultura, spiritualità, pace e diritti umani.